Buoni sentimenti – storie di (stra)ordinaria follia

Milano, 5 Maggio 2015

La Famiglia Bélier

La Famiglia Bélier


Capita che nel scegliere cosa vedere una sera al cinema si venga irresistibilmente attratti dalle promesse degli strateghi del marketing, che assicurano “questo film vi farà stare bene”.

A me, almeno, capita. E io di solito a queste parole ci credo davvero. Così come continuo a credere all’idraulico quando mi assicura che domani verrà a sistemarmi quel problemino in bagno, o all’infermiere che mi garantisce che per togliere i punti ci vogliono 5 minuti, o a chi mi dice che mi vuole davvero tanto bene.
Ecco, magari ogni tanto il dubbio potrebbe essere una strada da prendere in considerazione. Più utile, sicuramente.
In questo caso, però, e parlo del film, ho fatto bene a credere a quella promessa, perché quando sono uscita dalla sala i miei occhi sorridevano.

La Famiglia Bélier, pellicola campione di incassi in Francia, è una commedia popolare decisamente riuscita, che affronta in modo nuovo, fra ballate musicali e sorrisi, il vecchio tema dell’educazione sentimentale di un’adolescente alla ricerca di un suo posto nel mondo.

La trama è questa: tutti i componenti della famiglia Bélier, gestori di una fattoria nel nord della Francia, sono sordomuti, tranne Paula, la 16enne primogenita, che in virtù di questa sua “diversità” assume il ruolo di interprete per genitori e fratello minore, collegamento indispensabile tra loro e il mondo. Un bel giorno, spinta dall’insegnante di musica che ha scoperto il suo dono per il canto, decide di partecipare alle selezioni per una nota scuola di canto parigina. Una scelta di vita che significherebbe l’allontanamento da una famiglia che ha bisogno di lei e il passaggio inevitabile all’età adulta.

La Famiglia Bélier è una storia semiseria di (stra)ordinaria follia, ricca di pittoresca intensità, popolata da gag esilaranti, veracità a tratti caricaturale ma non per questo meno affascinante, dialoghi di sguardi e dolcezza nei gesti.

Una pellicola che regala riflessioni importanti sui valori della famiglia e della condivisione e sul tema della disabilità, che garantisce al tempo stesso risate sincere e altrettanto autentiche lacrime di commozione attraverso abbracci che escono dallo schermo e un’ironia arguta che si prende gioco del politically correct senza scadere nella volgarità.

È un film che emoziona perché è schietto, limpido, portatore universale di buoni sentimenti e valori che oggi appaiono sempre più sconosciuti nell’universo dei giovani, soprattutto nei giorni in cui le nuove leve si esprimono con concetti di livello tipo “Minchia-zio, bella esperienza stare in mezzo al casino, spaccare tutto. Ci sta di brutto”.

Farsi rapire dagli occhi di Paula che brillano, mentre le emozioni si sprigionano attraverso la gestualità silenziosa delle melodie del cuore, questa sì è una bella esperienza, che apre le porte a nuove speranze e per qualche istante fa dimenticare quell’ignoranza e quel vuoto emotivo e relazionale che cercano un senso in una violenza che di senso non ne ha.

Peccato che è solo un film.

“Il problema oggi non è l’energia nucleare, ma il cuore dell’uomo”. (Albert Einstein)

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