peace&love

Milano, 19 Luglio 2016

Give peace a chance

Give peace a chance


Immagina che non ci siano patrie, nulla per cui uccidere o morire, nessuna religione, nessuna proprietà, né bisogno di diventare avidi per accaparrarsela. Immagina che il mondo sia popolato solo da gente che vive in pace, sotto un unico grande cielo (dipinto di azzurro, aggiungo io. Un azzurro intenso, e pulito).

Così, più o meno, recitava il testo di Imagine.
Il sognatore in questione si chiamava John Lennon e all’inizio degli anni ‘70, l’epoca “Peace&Love” per eccellenza, scrisse questa splendida canzone, a metà strada tra moderno Manifesto del partito comunista e vero e proprio inno alla pace nel mondo.

Difficile, di questi tempi, riuscire a dire qualcosa di intelligente sui fatti che avvelenano quotidianamente la nostra società, sugli interessi economici e politici che ne governano le sorti, sulle verità nascoste e i grandi bluff, sull’ignoranza che soffia sulle braci della violenza alimentandola giorno dopo giorno, sulle paure che annebbiano le nostre facoltà di giudizio.

Oltre tutto, non sono sufficientemente preparata in materia di intrighi internazionali per assumere una posizione che abbia un senso, quindi preferisco tacere.

Quello per cui, invece, mi sento sempre pronta, è il passo che mi porta a intraprendere un viaggio nel mondo dell’arte, da spettatrice o, a volte, artefice, impugnando una bandiera colorata che recita “la bellezza salverà il mondo” (come insegnava Dostoevskij).

Per questo, padrona del mio piccolo mondo, ho voluto costruire un mio personale racconto di pace, in una tela dove quel simbolo, che ho dipinto del colore di quell’unico cielo sotto cui viviamo, spicca sopra una griglia ruvida in cui convivono bianchi e neri, frammenti di bandiere variopinte e macchie di rosso sangue che cercano di sporcarne l’armonia.
Ho ceduto a una deriva piuttosto Pop, e anche un po’ hippie, abbastanza lontana dal mio stile pittorico, semplicemente perché avevo voglia di dire senza possibili fraintendimenti da che parte sto, e offrire così il mio piccolo contributo (un po’ naïf, lo so) alla dimora dei pensieri buoni, quelli che non conoscono sentimenti negativi, né nemici da combattere.

Mi sa che ne avevo bisogno, perché confesso che ultimamente sono stata piuttosto litigiosa. La mia amica A. mi prende in giro, dice che non mi riconosce nelle vesti della milanese imbruttita col vaffanculo agevolato.

Ha ragione, nemmeno io mi ci trovo tanto bene in quei panni. Ho sempre avuto un buon carattere, piuttosto docile e accomodante, ho spesso assunto il ruolo della mediatrice, di quelle con l’anima morbida che intervengono a dipanare i conflitti a colpi di sorrisi. Il fatto è che un paio di episodi accaduti recentemente hanno catapultato il mio cuore un po’ indietro nel tempo, facendomi rivivere situazioni poco serene. E allora mi sono resa conto che avevo proprio bisogno di espellere in qualche modo parte del rancore maturato in quelle circostanze e covato dentro di me, che se ne stava lì sopito da molti mesi ormai. Ho reagito come una gatta a cui tocchino i suoi micini, ho tirato fuori le unghie e ho soffiato. Gghfffffrr.

Probabilmente ho sbagliato i modi, o forse i mezzi, ma le reazioni non sempre seguono binari ortodossi, quindi mi autoassolvo, per il potere conferitomi dal mio essere libera cittadina del mondo dotata di autonomia di giudizio, sensi e pensiero.
Sostanzialmente, comunque, ho perso subito interesse alla battaglia, preferendo alzare bandiera bianca e abbandonare un conflitto basato sul mancato dialogo tra sordi consenzienti. A volte bisogna saper fare un passo indietro, per poi farne mille avanti, in direzioni più utili e adatte a noi.

Se vogliamo costruire la pace nel mondo, costruiamola in primo luogo dentro ciascuno di noi”, dice il Dalai Lama, e io ci provo. Da qualche parte bisogna pure iniziare. E iniziare da sé è l’unica via possibile.

Ho capito, una volta ancora, che nella vita c’è sempre bisogno di un sorriso, e di un abbraccio ogni giorno, di contrastare l’odio con i fiori, con la musica, con i colori.
Un giorno anche la guerra si inchinerà al suono di una chitarra”, dicevano i sessantottini.
Un giorno, l’arte ci salverà.

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