Siamo uno, nessuno, centomila

Milano, 2 dicembre 2014

Frammenti. Tecnica mista su tela, 100 x70

Frammenti. Tecnica mista su tela, 100 x70


Briciole di vita che disegnano un puzzle sentimentale colorato di mare, di sabbia, di pensieri in chiaroscuro, fragili come conchiglie. Coriandoli che salgono verso il cielo, poi riscendono, danzano nel vento, inseguendo un arcobaleno che non c’è.
Frammenti di identità che si scompongono, si rimescolano, cercano di ricrearsi, naufraghi sorridenti sulla zattera dei cambiamenti inesorabili.
Siamo quello che vogliamo, quello che abbiamo voluto.
Siamo sul punto di compierci, eppure così incompiuti.
Siamo uno e siamo tanti, verità e maschere.

 

 

 

“Sei in forma smagliante”
“Ti vedo pallida… non stai bene?”
“Sei magnetica”
“Sei sfuggente”
“Hai degli occhi favolosi”
“Che occhi tristi…”
“Che sorriso contagioso!”
“Ma che faccia cupa…”

Queste sono alcune delle cose che mi sono sentita dire recentemente, a distanza di pochi giorni, a volte solo di ore. Punti di vista di sguardi diversi, più o meno attenti a leggere tra le righe e a insinuarsi fra le sfumature dei miei schermi emotivi, o semplicemente miei diversi modi di essere? O di apparire…

Mi chiedo spesso se le persone con cui entriamo in contatto siano in grado di vedere quello che siamo realmente. In fin dei conti ognuno di noi, se si impegna, è capace di mostrarsi in modi diversi, imparando a esibire infinite sfaccettature di sé in base alle circostanze o agli interlocutori che ha di fronte. Eppure, io non sono mai stata brava a recitare. La mia onestà emotiva e la mia trasparenza (che a volte sconfina nell’ingenua assenza di filtri e quindi di diplomaticità) non mi consentono di interpretare una parte che non sento mia.

Ricordo una recita di Natale, alle elementari… Dovevo vestire i panni di Eva, la prima donna. Avevo solo una una battuta, eppure mi sentivo così a disagio, così fuori luogo, perfino un po’ falsa. Ma, a ripensarci, forse la mia difficoltà nasceva dall’indumento “primitivo” che mi avevano fatto indossare per l’occasione (un tappetino di pelle maculato arrotolato alla buona intorno a quella bimbetta con le treccine bionde) e probabilmente il pudore aveva avuto il sopravvento sull’ebbrezza da palcoscenico.

Forse però, nonostante la consapevolezza della direzione da seguire e la nostra fermezza nell’andare proprio da quella parte, le diverse anime che convivono dentro ognuno di noi ci spingono a vestire tanti abiti, uno per ogni occasione, uno per ogni paio d’occhi che ci osserva.

E, a volte, non è solo l’apparenza ad assumere la sembianze della molteplicità, ma la nostra stessa identità.

Ma allora, siamo davvero “Uno, nessuno e centomila”, come Vitangelo Moscarda, il protagonista dal naso leggermente storto del romanzo pirandelliano, che a un certo punto si accorge che le persone intorno a lui hanno un’immagine della sua persona completamente diversa dalla sua e decide di cambiare rotta e di vivere la sua vita attimo per attimo, rinascendo continuamente in modo diverso? Scelta stimolante, non c’è dubbio, sicuramente avventurosa.
Anche se, a guardarci bene, in questa moltiplicazione dell’io si rischia di perdere la propria individualità, da uno diventare centomila e, quindi, a conti fatti, inevitabilmente nessuno.

Uhm… Forse è proprio il caso di imboccare una strada e provare a percorrerla, senza ulteriore indugio.
Il rovescio della medaglia è che, una volta presa la decisione, dobbiamo accettare di aver perso l’accesso a tutte le altre strade che avremmo potuto scegliere in alternativa. Un vero peccato.

A questo punto, allora, magari non sarebbe meglio non scegliere proprio una sola strada, ma provare a vivere mille vite diverse, fino in fondo, in una sorta di equilibrismo tra euforia e paure, ma senza perderci mai nemmeno una sola briciola di emozioni? Per farlo, ovviamente, dovremo liberarci di alcune delle cose che avevamo conquistato pur con impegno e fatica, divenute ormai zavorra che appesantisce inutilmente la mongolfiera che ci porta in viaggio, e posizionare con cura (ma nemmeno troppa) sullo scaffale della memoria i nostri giocattoli vecchi, che avevamo desiderato con tanto ardore, ma che a un certo punto, attratti da sirene adulatrici, e da uno sfrenato bisogno di rinnovarci, abbiamo smesso di volere.
Motore del nostro viaggio sarà, probabilmente, un respiro di Tramontana, quel “vento di terra inclemente e tenace che reca con sé i germi della follia”, come lo definisce Marquez in uno dei suoi “Dodici racconti raminghi” (che mi fanno compagnia in questi giorni).

E’ chiaro che su quella mongolfiera si alterneranno rapidi tanti passeggeri sempre diversi (persone, oggetti, pensieri nomadi, sogni seducenti e sensazioni inebrianti, senza radici), perché a un certo punto del viaggio ci sarà sempre qualcosa di nuovo che li scalzerà dal loro accogliente cuscino di calore. E non potremo più scegliere di farli risalire a bordo, perché ormai staranno volteggiando inermi fra le spire di un tramonto che cambia volto ogni sera. Ma noi, senza rimpianti, continueremo il nostro viaggio, inseguendo un raggio di sole lontano… che però, dopo averci scaldato un po’ il cuore, diventerà notte.

A rifletterci bene, non credo proprio che questo sia un modo utile per noi, né sano, di intraprendere il nostro viaggio. Forse, la chiave di volta per stare davvero bene è prendere consapevolezza che abbiamo bisogno di fermarci per qualche istante, per goderci davvero quello che abbiamo guadagnato, riconoscendogli l’enorme valore che ha nell’equilibrio armonico del nostro percorso, per festeggiare i nostri sorrisi davanti a una bottiglia di vino senza data di scadenza, abbandonando quella corsa frenetica alla ricerca di qualcosa che non sappiamo nemmeno noi cos’è.
Perderemo qualche nuova occasione, forse. Ma, finalmente, vivremo veramente. Liberi dalle nostre paure.

Come scrive Margaret Mazzantini in “Nessuno si salva da solo” (romanzo introspettivo, struggente, a tratti brutale… magari leggetelo in un momento “facile” della vostra vita), “È inutile indagare le occasioni mancate. Non sai mai se ti sei salvato dalla morte, o ti sei perso la vera vita”.
Chissà…

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