Tre cose che ho imparato a 40 anni

Milano, 29 Ottobre 2017

Il mio Angelo custode ne sa a pacchi (Catedral de Sal – Zipaquirá, Colombia)


UNO – Arrabbiarsi non serve a niente e fa anche un po’ male (più dell’olio di palma)

Gente che smadonna di prima mattina, inquieti irrisolti lamentosi e facili all’ira che inveiscono appena svegli contro l’ATM, il caldo, il freddo, il capo che si nutre a padellate di pane ed Ego, il vicino che fischietta in cortile disturbando con la sua allegria fuori luogo il greve turbinio dei loro pensieri noir appena partoriti, l’automobilista assonnato che commette il fatale errore di non scattare come Ben Johnson appena il semaforo vira al verde… Gente che si irrita e sbraita, che imbratta l’aria con parole piene di accusa, odio, invidia, rancore, con un tono di voce proporzionalmente più alto e impostato in funzione del numero di persone presenti, pubblico ignaro e innocente che magari passava di là solo per caso (e gli è andata male, ahimé).

E pensare che io, la mattina, prima del terzo caffè non sono in grado di formulare alcun tipo di pensiero, figuriamoci uno polemico e incazzato.

Il fatto è che proprio non mi interessa, non ne vale affatto la pena, sono solo manciate di tempo prezioso che vanno sprecate, tolte alla costruzione di qualcosa di più utile e magari anche divertente.

Da quando ho sperimentato che la vita è appesa a un filo ho smesso proprio del tutto di arrabbiarmi (non che prima lo facessi molto, a dire il vero), anche perché ho capito che ogni forma di rabbia non è altro che una grossa fatica assolutamente evitabile, un eccesso (tra l’altro davvero poco chic) che offende le buone maniere, una raffica di vento che ti spettina l’entusiasmo e spegne il lume dell’intelligenza, impedendoti alla fine di trovare la strada.

Ho notato che spesso quando un argomento cessa di essere oggetto di feroce controversia smette anche di essere di interesse. Ma allora, dico, non è meglio interessarsi da subito a qualcosa di più bello?

 “Per ogni minuto che rimani arrabbiato, perdi sessanta secondi di felicità”, scriveva Ralph Waldo Emerson. Ecco, quei secondi mi servono, non ho proprio alcuna intenzione di rinunciare a godermeli tutti sessanta, con un Negroni in mano e un sorriso disegnato in faccia. Per questo ho deciso di impiegare tutte le energie che ho a sognare, dipingere e costruire cose belle.

DUE – La Bellezza salverà il mondo

Lo diceva  il Principe Miškin, il più adorabile Idiota della storia della letteratura, scaturito dalla magistrale penna fatata di Dostoevskij. E chi sono io per contraddire il “genio crudele”?
Che poi era pure russo, e mica è facile trovare tutta sta bellezza a certe temperature…

La bellezza è diventata la mia stella guida, al crepuscolo alzo gli occhi al cielo e la cerco, perché mi aiuta ogni giorno a tratteggiare la mia rotta. Ho capito che la bellezza c’è, è tutta intorno a noi (più di Mediobanca, ne sono certa), basta saperla cercare, non tanto nei posti giusti ma più che altro con gli occhi, e soprattutto col cuore, giusti.

Studi scientifici affermano addirittura che provare emozioni positive come la meraviglia e lo stupore, ancelle fidate della bellezza, migliora la nostra salute. E allora??? Stiamo ancora lì a litigare e ad arrovellarci fra le spire insidiose di crucci sterili e insalubri?
Ma no, non mi pare proprio il caso. Partiamo subito e andiamo a cercare la bellezza. Cerchiamola nell’arte, che avvolge l’anima in una nuvola di morbidezza rosa, smussando a suon di carezze gli angoli più spigolosi. E negli incontri con persone che sanno ascoltare e dare, non solo pontificare e rubare idee sogni ed energie. Divertiamoci a vederla nuotare in un calice di vino buono, con sentori di progettualità, frutti rossi e sorrisi.
Togliamoci la nebbia dallo sguardo e partiamo verso Sud, perché è lì che c’è il calore, i colori più vivi e quasi sempre il mare.

Io, mi sa che ci vado.

TRE – A volte bisogna scappare prima (dopo è troppo tardi)

Ho detto che vado, allora vado eh?

Che poi, a pensarci bene, tra la partenza e la fuga a volte il confine è davvero labile.
La terza cosa che ho imparato è proprio questa faccenda della ritirata preventiva, azione salvifica che serve mettere in atto seriamente, perché la consapevolezza della sua necessarietà non è affatto sufficiente. E’ solo il primo passo, ma alla fine dei giochi bisogna riuscire a essere un pelo più consistenti, e mettere in campo comportamenti coerenti con le parole che si dicono.

Eh sì, ho capito che a volte è infinitamente più saggio continuare a dispensare buoni consigli che ricominciare a dare il cattivo esempio. Probabilmente è molto meno intrigante, è eccitante quanto un SUV che libera un parcheggio sotto casa poco prima che arrivi tu con la tua barbie-mobile in una serata di pioggia (beh, su questo magari ci penso, in effetti ammetto che la questione è piuttosto emozionante quindi il discorso non calza), beh insomma intendevo dire che sicuramente lasciarsi conquistare da folate di leggerezza può essere molto più divertente che elargire agli altri avvertenze preziose, utili a far loro evitare a priori situazioni che non possono portare a nulla.

Però il pericolo è sempre dietro l’angolo, strizza pure l’occhio il bastardo, ammicca e affascina, ma in certe situazioni l’unica cosa utile da fare è scappare subito a gambe levate.
Ho detto subito. Perché poi diventa troppo tardi e, si sa, un paio di cicatrici addosso sono anche sexy, ma qualcuna in più rischia di trasformarti in un grottesco scarabocchio. E a me, in fin dei conti, la vita piace liscia, un po’ come la pelle dopo lo scrub agli agrumi che ho appena fatto.
A volte, la sostanza è meglio. La morbidezza anche, sempre.

Allora ciao.

2 Comments

on “Tre cose che ho imparato a 40 anni
2 Comments on “Tre cose che ho imparato a 40 anni
  1. Cara Manuela, stamane davanti al mio primo caffè, al bar, mentre cerco di cogliere il momento in cui i primi pensieri collegati in modo logico alla realtà che mi circonda, leggo queste parole tue. Che hanno su di me l’effetto del caffè numero due e tre: mi svegliano!
    Vorrei, potrei dire molte cose.
    Te ne dico una sola: vorrei averle scritte io, tanto rappresentano anche il mio pensiero.
    Restare appesi a un filo e salvarsi forse ci fa assomigliare un po’ di più?
    Continua a dipingere e sorridere. E a vivere.
    Abbraccio

  2. Caro Fil, non ci vediamo da troppo tempo e questo ha davvero poco senso. Come minimo ci meritiamo un quarto caffè insieme.
    Sono contenta comunque di essere riuscita a toccare qualcuna delle tue corde, che evidentemente vibrano a ritmo con le mie. Sarà per la storia del filo, sarà per la bellezza che abbiamo negli occhi.
    Buon vento a te, e a presto.

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