A Sud. Colori e calore

Milano, 9 Gennaio 2015
Essaouira, Marocco. Sorrisi e calore

Essaouira, Marocco. Sorrisi e calore


A volte, e qualche volta più di tante altre, abbiamo bisogno di accoglienza e di calore, perché negli angoli solitari e spigolosi dove di tanto in tanto ci rinchiudiamo per proteggerci, guardando da lontano le vite degli altri, soffiano spifferi freddi che si insinuano sottopelle e inaridiscono i sentimenti buoni che abbiamo sempre portato con noi.

Pino Daniele cantava “siamo angeli che cercano un sorriso”… La sua musica mi è entrata nel cuore in modo prorompente, ormai tanti anni fa (sono sempre stata una dalle passioni forti), e ha colorato di dolcezza malinconica e voglia di ripartire tante primavere della mia vita, raccontandomi cose di me che a volte non sapevo nemmeno io. E allora non posso fare a meno di appropriarmi delle sue parole per parlare del mio viaggio alla ricerca di un sorriso. Il mio, naturalmente.

Talvolta succede che ci vergogniamo un po’ per come ci sentiamo, riconoscendoci inadeguati a qualcosa che in fin dei conti forse non ci riguarda più davvero, e allora decidiamo di nasconderci dietro un sorriso, che però, se lo guardiamo bene, attraverso occhi sinceri, un vero sorriso non è. E accade che le stelle che osserviamo incantati non siano altro che spiragli acuti di luce che aprono intorno infinite lontananze.

Ed è in quei momenti che ci accorgiamo che la nostra anima merita di alzarsi in piedi e ripartire, per farci sentire di nuovo innocenti, e farci ridere, ignorare, chiedere, scoprire e sognare, inseguendo un sorriso vero, uno di quelli belli che fa luccicare lo sguardo. Cercando un po’ di quel calore che non chiede nulla in cambio e che non pretende che ci incamminiamo contromano ai nostri sogni per diventare quello che ci si aspetta da noi.

E allora decidiamo di perdonarci per tutto quello che non siamo stati e che non siamo e di partire, restando affezionati a quella nostra maniera di essere che, comunque, vediamo cambiare giorno dopo giorno.

Prendiamo quel poco che ci serve e andiamo via, in direzione Sud, perché è quasi sempre al Sud che vive il calore, e dobbiamo andare lì per prendercene un po’.
Portiamo con noi qualche vestito leggero, un bikini, ma anche qualche maglione e una sciarpa per la sera, un libro (magari di Calvino, che nutre i nostri ogni come nessun altro) come compagno di viaggio.
Portiamo la leggerezza di cui siamo capaci, se ci impegniamo, ma anche un po’ della nostra forza, una manciata di coraggio e solo qualcuno dei nostri ricordi, perché a un certo punto bisogna fare spazio a nuovi ricordi nella memoria, altrimenti va a finire che quelli vecchi, così invadenti, riavvolgano la bobina delle nostre esperienze facendoci rivivere, in un loop insensato, momenti che non esistono più. Prendiamo anche un taccuino e una penna, oppure (visto che siamo tecnologici ormai) uno smartphone che ci aiuti a immortalare in un’istantanea le suggestioni in cui ci immergiamo.

Sull’onda di questi pensieri, ho portato la mia anima in Marocco (che se si guarda l’Africa è a Nord, ma partendo da Milano è decisamente a Sud), lungo un viaggio fatto di chiacchiere, risate, colori e distrazione, immergendola in un’atmosfera rilassante e accogliente disegnata da luci soffuse di candele amiche.
Ancora una volta, ho capito che fa bene al cuore stare insieme a chi ti vuole bene a prescindere da tutto, si occupa dei tuoi sorrisi senza chiederti di recitare una parte e ha il piacere di condividere con te un tempo che si dilata, in cui l’unica corsa frenetica è quella serale per accapparrarsi qualche bottiglia di Medaillon Cabernet (un buon vino marocchino, compagno rubino e un po’ ruffiano) alla cave del supermercato, che a una certa ora chiude le porte anche agli “infedeli”.

A Marrakech, la “città rossa”, il sole fa sorridere le palme e illumina un cielo dipinto di un azzurro quasi violento (in perfetto stile andaluso) che incornicia le imponenti mura in arenaria color ocra, mentre, in lontananza, pennellate bianche di neve salutano dalle montagne dell’Atlante.

Attraverso il traffico quasi irreale delle strade del centro, dove asini, improbabili motorini, auto e pedoni in ordine sparso disegnano gimcane tortuose al punto che ti chiedi come facciano a non fare un incidente ogni cinque minuti, si arriva alla piazza Djemaa el Fna. Cuore pulsante della città, è il luogo dove si incontrano acrobati, incantatori di serpenti, musicisti, decoratrici con l’henné e cantastorie (a un certo punto mi sono ritrovata sulle spalle una scimmia, ma non ci siamo prese molto, se n’è andata…).
Questa piazza, tanto chiassosa quanto affascinante, è il varco di ingresso per la Medina, un groviglio infinito di itinerari in cui perdersi (e infatti ci siamo perse). Ed è qui che i colori ti avvolgono l’anima, i profumi di spezie ti accarezzano i sensi e i tuoi occhi vagabondano nutrendosi di sensazioni nuove, mentre il dolcissimo tè alla menta e i raggi di sole che filtrano tra i tappeti e le ceramiche variopinte regalano ai tuoi pensieri nomadi tutto il calore di cui hanno bisogno. Mentre passeggi fra le viuzze dei numerosi souq (i mercati tradizionali berberi) ti accorgi che i tuoi sogni si tingono di sfumature nuove e i tuoi desideri si illuminano di accenti segreti che ti accompagnano verso l’inafferrabile.
Ho comprato dei cuscini con righe di diversi colori pronte a indicarmi nuove strade da percorrere, e anche un piccolo regalo per qualcuno che in realtà oggi non c’è (ma mi piace fare regali, e lo terrò con me, souvenir d’amore). E poi, un sacchettino magico che contiene i pigmenti della plovere di Indigo, che mescolerò alle mie fantasie per riprodurre a modo mio l’inimitabile blu Majorelle (non vedo l’ora).

Mi sono regalata anche una giornata all’Hammam, una vera oasi di calore, dove le carezze vigorose di mani esperte portano via i brutti pensieri e ridisegnano i contorni di un corpo che si porta addosso l’eco dei ricordi, mentre il burro di karitè spalma una patina difensiva su una pelle nuova, liscia e morbida come i sorrisi veri.

Quando si viaggia alla ricerca di calore, poi, non si può non andare a vedere il mare, che mi è mancato troppo ultimamente… E così, attraversando paesaggi desertici e campi di Argan (e sfidando i discutibili controlli di un corpo di polizia non del tutto irreprensibile), sono arrivata a Essaouira, la città del vento, per ascoltare il respiro dell’oceano.
Le mura imponenti della sua Medina, riconosciuta dall’Unesco fra i siti Patrimonio dell’Umanità, custodiscono vecchie case bianche con porte e finestre turchese, botteghe artigiane, gallerie d’arte e bar che ti invitano a sederti e guardare, immersa in labirinti pittoreschi che ti portano in viaggio dentro la tua stessa anima, lungo “un susseguirsi di porte che si spalancano a mano a mano che si avanza” (così descrive la” città bianca” Tahar Ben Jelloun).

Il mio breve viaggio è giunto al termine, come accade a tutte le cose della vita, ma al ritorno ho portato con me, a casa, un po’ di calore e di bellezza, e qualche ricordo nuovo.
Il bello, lo so, è soggettivo. Le cose che incontriamo lungo il cammino le vediamo con gli occhi e con il cuore che abbiamo in dotazione (e che non sempre sono trasparenti e liberi come vorremmo), e prima di essere reali si specchiano nella nostra anima.
Come scriveva Marguerite Yourcenar “E’ la nostra immaginazione che si sforza di rivestire le cose, ma le cose sono divinamente nude”. E allora vestiamole di calore, mentre viaggiamo alla ricerca del nostro sorriso…

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