L’Attesa

Milano, 18 ottobre 2014

L'attesa. Tecnica mista su tela, 70x50

L’attesa. Tecnica mista su tela, 70×50


Calore e delicatezza, palcoscenico di una mappa emotiva disegnata da tratti solo accennati, da percorrere. Sagome di vele perdute in un orizzonte incerto, linee che tentano di placare sensazioni pronte a partire, cascate rosso sangue che raccontano passione.

Ho dipinto questo quadro un paio di anni fa, in uno dei miei tanti momenti di attesa.
Mi interrogo da anni sul significato e sul valore dell’attesa. I primi pensieri consapevoli su questo tema risalgono ai tempi del liceo. Quarta ginnasio, lezione di religione (studiavo dai salesiani, e i preti, qualunque credo uno abbia nella vita, a volte riescono a estrarre riflessioni profonde anche da una mandria di adolescenti confusi da maldestre avventure ormonali). Il compito per la classe, quel giorno, era scrivere sulla lavagna la propria visione, e conseguente definizione, di felicità.

Devo confessare che ho sempre amato scrivere a mano i miei pensieri, a volte sintetizzarli in una parola, cercare quella giusta. Adoro le lavagne (quelle nere coi gessetti colorati, soprattutto), i taccuini, anche i biglietti dell’autobus quando servono a ospitare sensazioni in viaggio… Ma non voglio divagare, mi rendo conto che i miei pensieri a volte seguono le onde di riccioli scompigliati da una raffica birichina nel bel mezzo della bonaccia.

Torniamo al punto. Rispondendo alla domanda su cosa fosse la felicità, qualcuno scrisse sulla lavagna “attesa”, parola che diede il via a una discussione stimolante, un contradditorio acceso fra contendenti imberbi, e che negli anni non ha smesso di stuzzicare le corde più profonde della mia mente e del mio cuore, aprendo in me una serie di domande che tuttora non hanno guadagnato una risposta univoca.

E’ davvero felicità l’attesa? Oggi me lo chiedo ancora di più, quando mi rendo conto che spesso mi ritrovo a vivere in un limbo che profuma più di attesa che di vita.

L’attesa è un viaggio attraverso fantasie popolate da coniglietti rosa, sogni a occhi aperti in procinto di compiersi, come per magia o magari grazie a un giusto mix di progettualità, dedizione e cocciutaggine. A volte ti riempie il cuore, come quando aspetti qualcuno a cena, intanto sorseggi un bicchiere di vino e ti chiedi se le cure che hai messo nel preparare quel piatto saranno ripagate dai suoi sorrisi. O come quando stai per partire per un nuovo viaggio, e mentre fai la valigia ti immagini già a piedi nudi su una spiaggia, col sole che si impadronisce della tua anima. Immaginare, desiderare.. sempre e solo cose belle. Questa, sì, è felicità.

Ma poi l’attesa a un certo punto presenta il conto. C’è il lato B, che dai tempi dei 45 giri è sempre stato il meno interessante. L’attesa, a volte, rappresenta un freno al fare. Si sta lì, spalmati sul divano, magari in silenzio e nella penombra per evitare interferenze sensoriali di qualunque tipo, e si aspetta. Come se il tanto agognato Deus ex Machina delle tragedie euripidee comparisse improvvisamente sulla scena per risolvere tutto, indicando la porta giusta da aprire. I greci ne sapevano a pacchi, non c’è dubbio, ma quel personaggio lì è un po’ come Babbo Natale, semplicemente non esiste (non me ne vogliano eventuali lettori ancora incantati, nella vita, purtroppo, bisogna accettare questo e molto altro).

Quel vecchio saggio di Seneca scriveva: “Il maggior ostacolo del vivere è l’attesa, che dipende dal domani ma spreca l’oggi”. Alla luce della scoperta dell’inesistenza del Deus (se non come locale piuttosto in voga in zona Isola a Milano), direi che sono abbastanza d’accordo con Seneca. Quello che il futuro ha in serbo per noi (come cadeaux inaspettato o come frutto di un nostro grande impegno) pesa a tal punto nella bilancia della nostra vita da impedirci di goderci a pieno ritmo il nostro oggi, come cicale canterine che sulla tastiera del loro cammino hanno disattivato il tasto “incertezza”?

Certo, però, per una persona organizzata e con i piedi piantati a terra come me (mi hanno accusato a volte di esserlo troppo, pare che nell’immaginario collettivo sensibilità artistica e razionalità siano un binomio non vincente), non pensare con concretezza al domani, non fantasticare giù dalle nuvole sul futuro che vorrei per me, non gestire le emozioni e i sogni che mi scaldano il cuore e che voglio realizzare, è un po’ anomalo… la vita è fatta di tanto ieri, un po’ di oggi e una buona dose di domani. Non finisce tutta qui, in un istante di benessere, mentre con un cocktail in mano assapori un tramonto che cala il sipario sui pensieri difficili, in una sorta di reset catartico.

Nel finale de Il conte di Montecristo le parole che Alexandre Dumas fa pronunciare al protagonista Edmond Dantès in una lettera risolutiva contengono un’esortazione che spazza via di nuovo ogni mia possibile certezza: “Vivete dunque e siate felici, figli prediletti del mio cuore, e non dimenticate mai che, fino al giorno in cui Iddio si degnerà di svelare all’uomo l’avvenire, tutta l’umana saggezza sarà riposta in queste due parole: aspettare e sperare”. Ecco, sono d’accordo anche con lui, in qualche modo… d’altronde, come non condividere appieno, senza pregiudizi e senza mezze misure, le parole di un uomo vero come Dantès, eroe vendicativo e pericoloso, ma dotato di un fascino e di un magnetismo piuttosto rari. Insomma, uno di quelli che vorresti ti citofonasse, una di queste sere…

Aspettare e sperare, certo. Un domani c’è, è lì dietro l’angolo, e chissà cosa porterà con sé.

Le mie riflessioni sull’attesa continuano. Non ho una risposta. Forse non non l’avrò mai, ma continuo a farmi domande.

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